L’orgoglio sportivo (e bianco) d’America

L’assalto al Campidoglio americano, avvenuto all’alba del 2021 ma già candidato ad essere l’evento dell’anno, ha coinvolto tutto il mondo, compreso quello dello sport.

No, non ci riferiamo al fatto che tra i manifestanti pro-Trump ci fosse anche l’ex cestista della Libertas Livorno David Wood e neppure al soggetto immortalato dentro Capitol Hill con la maglia dell’Inter.

In prima linea a condannare le immagini incredibili viste a Washington è stata ancora una volta l’NBA, mondo dominato dai campioni di colore. Gli stessi che hanno promosso il movimento Black Lives Matter per sensibilizzare sulla questione razziale in America hanno scelto di prendere posizione anche sui fatti di Capitol Hill. Due gesti su tutti: la decisione dei Milwaukee Bucks di inginocchiarsi a partita iniziata, con la certezza di essere visti da tutti, e il tweet della leggenda Bill Russell, che sottolineava la mancanza di una risposta energica da parte delle forze dell’ordine ai manifestanti per lo più bianchi: “Quanto tempo ci avrebbero messo a chiamare la Guardia Nazionale se i protestanti fossero stati di colore e quanti sarebbero morti?”

Il what if dell’eterno Russell è un assist a porta vuota. Proviamo a ribaltare la questione immaginando un mondo degli sport americani dominato dai bianchi. Come avrebbero reagito di fronte alla profanazione di Capitol Hill, e più in generale nei confronti della presidenza Trump e del tema razzismo?

Noi crediamo allo stesso modo, indignati. Perché se è difficile immaginare lo sport americano senza LeBron James o le sorelle Williams è altrettanto difficile pensare a un mondo nel quale gli atleti bianchi non possano condividere le stesse battaglie di quelli di colore. Del resto, dopo la morte di George Floyd, il 42enne afroamericano rimasto soffocato sotto il ginocchio dell’agente di polizia Derek Chauvin, la solidarietà è stata unanime. E’ arrivata anche da allenatori bianchi, come Steve Kerr e Gregg Popovic, che si sono schierati con i giocatori. Basti pensare poi che ancora oggi il campionato di calcio più famoso del mondo, la Premier League, rispetta il gesto simbolico del take a knee (mettersi in ginocchio) prima di ogni partita. Che sia un oltraggio alla democrazia americana, come passerà alla storia quel mercoledì 6 gennaio, o che sia una vicenda di disuguaglianza razziale, una cosa è certa: la voce dei campioni resta potente. Perché i campioni sono tali sempre, dentro e fuori dal campo.

Dimostrare una certa sensibilità a tutto ciò che accade nel mondo è la sfida che lo sport ha scelto di continuare ad affrontare. Lo ha fatto nel ’68, come ci ricorda lo scatto immortale di John Dominis, e lo fa anche nel 2021. Con una differenza: adesso l’irrisolta questione di una seria riconciliazione razziale e di un credibile principio di uguaglianza sono diventati punti senza i quali gli Stati Uniti saranno costretti a dichiarare il definitivo fallimento etico davanti al mondo.

Mondo dello sport compreso.

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